Omicidio Manuel Careddu: l’orrore nelle parole degli arrestati

Omicidio Manuel Careddu: l’orrore nelle parole degli arrestati

Dagli stralci di interrogatorio emerge un ulteriore scenario di orrori. Il movente è davvero quello descritto da Christian Fodde?

La morte di Manuel Careddu impone lo scontro con un dramma i cui contorni, via via che si procede con la definizione della posizione dei componenti del branco, si fanno sempre più violenti e duri da ascoltare.

È uno spaccato di brutalità inaspettata che suscita repulsione e sconcerto, sete di giustizia e di pene certe, esemplari. Scatena anche un intimo moto di paura, il terrore di avere un figlio, seduto a tavola, che domani potrebbe diventare vittima o trasformarsi in carnefice. Quanto si può essere indifferenti, spietati, spregiudicati dopo aver seppellito un coetaneo con le proprie mani?

Sono le parole degli arrestati a tracciare un perimetro sempre più chiaro e agghiacciante intorno alla fine del 18enne di Macomer. Non ci sono segni di pentimento in quelle risate che, dopo i fatti, avrebbero accompagnato il gruppo nel repentino ritorno alla vita di tutti i giorni. Come se quel sangue e quel dolore non fossero mai esistiti. Spazzati via da un giro in macchina, una sigaretta, un cenno d’intesa e la reciproca promessa di seppellire quell’orrore sotto una spessa coltre di silenzi.

Nessun orizzonte di redenzione nella spensieratezza coltivata per un mese intero. Tutti tranquilli nelle proprie case, tra un’interrogazione a scuola e una birra al bar. Dopo il massacro e prima del fermo c’è un limbo di disarmante indifferenza. Sui social, la condotta del branco resta pressoché la stessa, insospettabile e propria dei ragazzi di quella età. Qualche video ‘scemo’ per taggare gli ‘amici’, due o tre battute per ridere su Facebook, la banalità del male che affonda col ricordo di quanto compiuto mentre si risale a galla, dall’abisso, nella certezza che tutto è andato liscio come l’olio. Nessuno saprà mai cos’è successo. E invece no. Si scoprono i segreti e si sgretolano le trame, e l’epilogo assume il volto di un finale nemmeno lontanamente immaginato: il carcere. Ma ci sarà una giusta condanna?

Ci si chiede come sia possibile arrivare a tanto. Le risposte, agghiaccianti e disarmanti, si intravedono nelle deposizioni dei giovani che finiranno a processo con terribili accuse: omicidio volontario premeditato e pluriaggravato e occultamento di cadavere. Sono Christian Fodde, Riccardo Carta, Matteo Satta, e i due minorenni C.N e G.C (17 anni all’epoca dei fatti, un ragazzo e una ragazza).

Il sesto ‘uomo’ della banda, entrato in gioco a mattanza conclusa, ha patteggiato una pena di 4 anni per soppressione di cadavere. Il suo nome è Nicola Caboni, e avrebbe aiutato a completare il cerchio con la definitiva sepoltura di quel corpo martoriato e trattato come spazzatura.

Christian Fodde parla agli inquirenti e si attribuisce il ruolo di esecutore materiale dell’omicidio. Dice anche molto altro, aggiungendo tasselli sconvolgenti a un mosaico già difficile da osservare. È un racconto che tuona, vuoto di umanità e sentimenti come appare dai ricordi che si ricompongono a condire pagine di verbali, sotto il peso schiacciante di intercettazioni che inchiodano tutti alle proprie responsabilità.

Il presunto movente secondo Fodde

Fodde ha 20 anni e una fidanzatina, 17enne, che sembra essere in qualche modo il perno attorno a cui gravita l’architettura del piano.

Ci siamo accordati la sera alle 18 (dell’11 settembre 2018, ndr). È stata una mia idea – prosegue Fodde – perché è andato a chiedere i soldi a casa della mia ragazza“.

Quell’11 settembre 2018, quando Manuel Careddu parte da Macomer per Cagliari, fa sosta ad Abbasanta. Secondo quanto dichiarato da Christian Fodde, chiede alla madre della minorenne di saldare il debito contratto dalla figlia. È un affronto per i due fidanzati che, secondo le dichiarazioni del 20enne, non possono permettere a Careddu altre uscite di questo tipo: “Non ho sopportato che abbia chiesto i soldi alla madre di G. (la sua fidanzata, poi arrestata con le stesse accuse, ndr) e che mi abbia minacciato di andare a chiederli ai miei“.

Sempre secondo il quadro del movente dipinto dal 20enne, sono lui e la 17enne ad accompagnare Careddu alla stazione, da dove prende un mezzo per raggiungere il sud dell’Isola. Lo rivedranno quella stessa sera, e quella stessa sera lo condanneranno a morte.

A scatenare la furia omicida del branco, quindi, è davvero un debito? 600 euro descritti dallo stesso Fodde nel corso delle sue deposizioni, soldi dovuti a Manuel Careddu per il pregresso acquisto di stupefacenti e dallo stesso chiesti – aggiunge l’imputato – direttamente alla madre della minorenne. Eppure Fabiola Balardi, la madre di Manuel, smentisce con forza questa tesi: “Manuel non ha chiesto soldi a nessuno, la madre di G. mi ha detto che non è mai andato a casa sua“. Aveva incontrato la madre della minorenne poco dopo gli arresti dei presunti assassini, e in quella occasione l’interlocutrice avrebbe smentito categoricamente di aver visto il 18enne a casa sua.

Il piano per uccidere Manuel

Il racconto di Christian Fodde restituisce la devastante portata di quel progetto di morte.

Eravamo rimasti d’accordo che ci saremmo visti più tardi (con Manuel, ndr). Ho pensato di ammazzarlo. Più tardi ho visto Carta e gli ho chiesto se conoscesse un posto per ucciderlo. Ho proposto a tutti gli altri vari modi per ammazzarlo“.

Il piano per uccidere Manuel, che avrebbe contemplato anche l’ipotesi dello strangolamento, sarebbe stato premeditato nelle poche ore precedenti il suo ritorno ad Abbasanta (previsto per le 19) prima che ripartisse verso casa, a Macomer.

L’omicidio secondo il racconto di Fodde

Manuel Careddu è in viaggio verso casa, direzione Macomer, ma deve fermarsi nuovamente ad Abbasanta per l’appuntamento che gli permetterà di incassare i soldi. Arriva alla stazione e sale sull’auto condotta da Fodde, a bordo anche i due minorenni.

Matteo Satta tiene i telefoni degli amici. È il passo necessario per costituirsi un alibi e risultare estranei all’area in cui Manuel verrà massacrato. Sulle rive dell’Omodeo, dove la Punto si ferma, arriva Riccardo Carta.

È Fodde a dire di aver ucciso il 18enne da solo. Un primo colpo di piccozza, e una frase che l’imputato attribuisce a Careddu poco dopo la prima fase dell’aggressione: “Mi ha infamato G.“. Il nome è quello della ragazza, fidanzata di Fodde, che negli interminabili minuti dell’esecuzione resta in macchina (come rilevato dalla microspia posizionata nel veicolo per intercettare il padre del 20enne, sottoposto ad altra indagine).

Manuel ha pronunciato davvero quelle parole? La 17enne ha riferito al gruppo qualcosa di falso, forse per dare un ulteriore input al piano? Fodde aggiunge altro: “Non urlava“, dice di Manuel, e descrive la scena finale del massacro.

“Carta ha tenuto Manuel a terra, io ho chiesto a C. (il 17enne, ndr) di legarlo, ma lui non l’ha fatto. Si è rifiutato. Poi l’ho colpito con la pala che avevo preso dalla moto Ape di Riccardo (Carta, ndr). Dall’alto verso il basso, mirando alla testa“.

È una confessione shock che lascia senza parole: “Ho colpito solo io. Ho chiesto a C. di colpirlo ma non l’ha fatto“. All’esecuzione materiale del delitto segue la fase in cui, secondo Fodde, i tre ragazzi si sarebbero occupati di legare la vittima, mani e piedi insieme, prima di procedere allo spostamento del corpo verso una prima, temporanea sepoltura.

Non si muoveva più, l’abbiamo trascinato io e C. per qualche metro tirandolo per le mani e poi abbiamo cercato di scavare una buca“.

Il racconto di Riccardo Carta e Matteo Satta

Riccardo Carta sostiene di non conoscere Manuel Careddu, e che il suo amico Fodde gli ha chiesto un suggerimento su dove poter dare una lezione al ragazzo per spaventarlo. Sostiene anche di non essere stato informato del piano omicida. È vero?

Quello che sembra certo è che Carta raggiunge il terreno di famiglia a Soddì, nei pressi del lago Omodeo, come da accordi con il gruppo. È lui ‘Zuanne’, il finto debitore del branco tramite cui Careddu, secondo i racconti degli imputati, può ottenere i suoi soldi. Ma non è così che andrà. Stando alla versione di Carta, Fodde e Careddu stanno dietro di lui ed è allora che sente un colpo, poi si volta.

Ho visto la piccozza che Christian teneva nella cintura. Manuel era vivo, cercava di parlare ma non ci riusciva. Io vedo la scena e vomito. Mi rifiuto di scavare la buca per seppellirlo“. Tra le sue parole anche la conferma di un frangente descritto da Fodde: quest’ultimo chiede al minorenne di colpire la vittima agonizzante, incassando un rifiuto.

Matteo Satta, custode dei telefoni cellulari del branco durante la fase omicidiaria, racconta questo:

Parlavano assieme su come ammazzare Careddu. Davanti a me hanno deciso che io avrei custodito i telefonini. Ho accettato perché non pensavo che lo avrebbero ucciso davvero, pensavo che lo avrebbero picchiato“. Satta parla di Fodde e dei minorenni, ma domina un interrogativo: è possibile credere che pensasse davvero a un pestaggio? Possibile che non avesse intuito il reale tenore del progetto che stava per concludersi con la sua complicità?

Ma Satta, nel suo interrogatorio, aggiunge anche dell’altro sul ‘dopo’ quella notte di orrore: “Erano sempre tranquilli (i ragazzi del branco, ndr), sui fatti ridevano e ci scherzavano sopra. Avevano concordato cosa dire se interrogati“.

Il depistaggio iniziale

In questo alone di apparente tranquillità si insinua un altro macabro particolare, sottolineato anche dalla madre della vittima: due giorni dopo la scomparsa di Manuel Careddu, a casa di Fabiola Balardi si presenta la minorenne. In auto, ad attenderla, il fidanzato Christian Fodde.

La giovane esprime solidarietà alla famiglia, dice di aver visto di sfuggita Manuel e nulla di più. È un tentativo di depistaggio. In casa la conoscono da tempo, Manuel sarebbe stato addirittura il suo fidanzatino (come sostengono diverse persone a Macomer, compresa la famiglia paterna di Careddu), prima che la ragazza iniziasse la relazione con Fodde.

Rito abbreviato per i minorenni: semplice e condizionato

Per i due imputati minorenni, i rispettivi legali hanno chiesto il rito abbreviato. Nel caso della ragazza, difesa dall’avvocato Giancarlo Frongia, il rito abbreviato semplice. Significa che il giudice decide allo stato degli atti.

Gianfranco Siuni, difensore del ragazzo, ha presentato richiesta di rito abbreviato condizionato all’integrazione probatoria di una perizia che ne verifichi il grado di maturità. Secondo il legale, come riporta La Nuova Sardegna, il minorenne non sarebbe capace di “ragionamenti e progetti simili a quelli che hanno portato all’omicidio“.