Eltjon Bida: da clandestino a scrittore, la storia (bellissima) di un successo

Eltjon Bida: da clandestino a scrittore, la storia (bellissima) di un successo

Eltjon Bida è arrivato in Italia nel lontano 1995, lasciando dietro di sé la sua Albania e iniziando una nuova vita prima da clandestino, poi da cittadino perfettamente integrato. Il tempo e l’impegno investiti per darsi una nuova possibilità di vita gli hanno restituito la speranza nel presente e nel futuro, dopo aver vissuto esperienze ai margini della società.

Ha deciso di scrivere un libro, intitolandolo C’era una volta un clandestino, che suona come una sorta di manuale di sopravvivenza nella difficile galassia degli ‘invisibili’. Un libro che è anche paradigma dell’esistenza oltre ogni forma di discriminazione, a dimostrazione del fatto che, se si vuole, si può emergere per far valere la propria identità ma senza calpestare quella degli altri.
Incontri, scontri, amori e passioni vissuti con il cuore di un uomo come tutti, alla disperata ricerca del giusto posto nel mondo, sulla via della legalità e della dignità.

Eltjon Bida è arrivato in Italia come tanti, clandestino come tanti.
Nel suo libro autobiografico è il giovane Elty, partito a 17 anni con tante aspettative, strette nello spazio precario e terrificante di un gommone. Una traversata di anime, nella claustrofobica fame di una terra che è l’Italia e di un domani che è diritto sacrosanto di ogni uomo.

Vivere e convivere senza forzature, senza volersi imporre e senza voler subire, semplicemente riconoscendosi una nuova possibilità senza perdere il senso del rispetto, un’altra occasione per guardare il mondo da una diversa prospettiva. È il trionfo della leggerezza e della semplicità dentro un universo di insidie e immotivate parentesi di diffidenza, di un tragitto esperienziale non certo facile, nemmeno da raccontare.

È proprio attraverso le parole di Eltjon, che abbiamo incontrato pochi giorni fa, che ci addentriamo nella genesi e nell’evoluzione di questa straordinaria storia…

Eltjon Bida, oggi lei è uno scrittore capace di trascinare il lettore nel suo mondo, che è un universo intriso di umanità e debolezze, ma anche di grande senso del rispetto. Come è nata la sua storia di clandestino? Con che spirito ha deciso di lasciare la sua terra?

Una parte della mia storia di clandestino è nata per obbligo e l’altra parte per la voglia di Italia, la voglia di una vita migliore. Dico per obbligo, perché avevo un problema renale e se fossi stato operato in Albania, oggi mi sarei ritrovato con un rene solo. Il servizio sanitario albanese in quegli anni purtroppo era un disastro. Dopo circa un mese che ero in Italia, la famiglia che mi ha accolto in Abruzzo (famiglia che vedo e sento tuttora) mi ha aiutato e ha fatto sì che io venissi ricoverato in un ospedale a Pescara. E così fu. L’intervento con laser è andato molto bene, ed ora io sono in perfetta forma.
Quando sono partito avevo 17 anni e a quell’età non vedi l’ora di lasciare quella tua terra che non ti dà gioia. Si crede che, nel Paese che raggiungerai, avrai del cibo buono, soldi e ragazze. Raggiunta la nazione sognata, però, la tua terra ti manca…e anche tanto!

Nel suo libro, C’era una volta un clandestino, si percepisce un alone di fiaba che lascia un retrogusto sorprendente, ed è difficile lasciarsi alle spalle una pagina senza cercare quella successiva con lo sguardo. Come ci è riuscito? Se non fosse un’opera di carta e inchiostro, ci sarebbe da pensare che sia pura magia…

Così mi fa arrossire! Questo libro è stato da me fortemente voluto e gli ho dedicato molto lavoro. Nasce da un mio desiderio di condividere con gli altri la mia esperienza faticosa, ma molto gratificante. Ho trascorso serate e nottate per trovare le espressioni giuste e, alla fine, mi sembra di esserci riuscito! Ho ricevuto talvolta anche l’aiuto di amici straordinari che, con consigli e suggerimenti, mi hanno sempre supportato.

La sua non è la semplice narrazione di un’esperienza ai confini della legalità, e non è neanche la storia stereotipata di un immigrato che priva lo spettatore di certi spigoli dell’esistenza. Perché ha scelto di raccontarsi così, senza filtri, inserendo anche dinamiche romantiche, a tratti comiche, ma anche tragiche e dure?

Le confesso che la mia intenzione era molto semplicemente raccontare ciò che io avevo vissuto, la mia esperienza di vita, le mie avventure. All’inizio, infatti, l’intenzione era d’intitolarlo “Le avventure di Elty”, di scrivere solo un romanzo autobiografico. Nulla che aveva a che fare con la clandestinità. Leggendolo però, traspare che se l’obiettivo è raggiungere una vita serena, questo deve avvenire attraverso l’impegno quotidiano, lavorando e rispettando le persone.

Cosa è rimasto di Elty, il 17enne giunto in Italia nel lontano 1995? Tornando indietro, con la facile saggezza del senno di poi, rifarebbe tutto?

Non sono cambiato molto da allora. Nel senso che sono sempre colui che quando si fissa un obiettivo, non molla e fa di tutto per raggiungerlo. Quel poco che sono cambiato è in positivo a mio avviso. Ora ho la mente completamente aperta, leggo tantissimo e scrivo altrettanto. “Rifarei tutto?” rispondo che, tranne il viaggio con gommone, sì, rifarei tutto. E sa perché? Perché quelle sono esperienze che ti aiutano a crescere. Una persona, avendo vissuto ciò che ho vissuto io, apprezza molto ma molto di più ciò che ottiene dopo.

La sua potrebbe essere letta come una formula vincente, alla luce del suo successo personale e professionale. È difficile far emergere le proprie capacità all’estero, nell’era della diffidenza e del sospetto? Qual è, a suo avviso, il peggior nemico dell’integrazione?

Se una persona ha la voglia di lavorare e rispetta tutti, anche se si trova all’estero, verrà aiutata e non troverà ostacoli. Prima le ho fatto l’esempio della mia guarigione. Secondo lei, la famiglia abruzzese mi avrebbe aiutato a guarire se io non mi fossi comportato bene, non avessi rispettato tutti e non avessi lavorato? Ne dubito!
Per quanto riguarda la pubblicazione del mio libro invece, ciò che mi ha bloccato un pochino è stato il fatto che ho scritto in una lingua che non è la mia lingua madre e il tempo che ci impiegavo a scrivere dieci pagine “corrette” in italiano, era il triplo del tempo di quello che avrei potuto scrivere in albanese.
Il nemico dell’integrazione è il menefreghismo, il mancato rispetto del prossimo. La voglia di non collaborare e di non far parte di quella nazione che ti ospita.

Se potesse rivolgersi a quanti sperano di trovare fortuna in Italia, cosa si sentirebbe di consigliare?

Credere nei loro sogni e di avere la forza di non mollare mai, ma soprattutto di cercare d’integrarsi. Questo è il punto di partenza necessario.

Com’è la sua vita oggi? Ha una bella famiglia, moglie e figli, ci parli di loro…

Oh! Con questa domanda, mi sciolgo del tutto… Posso andare avanti e parlare di loro fino a domani mattina, perciò, taglio corto. Ci consideriamo la famiglia più felice del mondo. Non ci stanchiamo mai l’uno dell’altro, anzi, vogliamo stare sempre insieme. Mia moglie viene dall’Inghilterra. È in Italia da vent’anni ed è una insegnante d’inglese. Anche lei fa il suo lavoro con amore ed i suoi studenti la amano. È una donna davvero in gamba. È una madre e moglie sempre presente. La migliore al mondo. Abbiamo due figli di 8 e 11 anni. Non perché sono miei, ma sono veramente bravi ragazzi. A scuola vanno bene e parlano l’italiano, l’inglese e l’albanese.

C’è poi un emozionante focus su suo fratello, che ha ritrovato proprio a Milano…

E ma così mi svela la storia! Immagino che abbia sentito dire che nulla è impossibile. Ecco: la storia di come ho trovato mio fratello ha dell’incredibile! Era da sei mesi che non avevamo sue notizie. Mia mamma lo piangeva tutte le sere perché pensava che non ricevere sue telefonate significasse che fosse morto. Un giorno però, ci venne detto che era stato visto a Milano. Sono partito per trovarlo. Tutto quello che avevo come indizio era la grande Milano, nient’altro. E guarda caso, l’ho trovato. Come? Per scoprirlo bisogna leggere il libro.

Eltjon, lei non ha mai nascosto di essere stato uno dei tanti senza un presente, e senza un futuro, in fila alla mensa per i poveri. Cosa porta con sé di quei momenti?

È triste quando non hai scelta e sei “costretto” a fare la fila per mangiare alla mensa per i poveri! Però, è anche grazie a quelle mense che io ora sono qui! Per quello che ho deciso di donare parte dei proventi alla Caritas di Pane Quotidiano. Quelle mense danno veramente tanto ad uno che non ha niente. E qui non parlo solo di cibo. Immagini se Lei non avesse niente da mangiare. Che cosa farebbe? Andrebbe a chiedere l’elemosina? E se tutti quelli che non hanno niente chiedessero l’elemosina? Sa, sono centinaia e centinaia. La gente giustamente si stuferebbe e non darebbe niente a nessuno. A quel punto, uno pensa di tornare al proprio paese, ma poi realizza che la sua famiglia ha debiti fino al collo e quindi difficilmente potrà tornare a casa; a quel punto molti potrebbero prendere una brutta strada e andare a rubare. Ovviamente non tutti, ma tanti sì. Perciò, quelle mense, non solo aiutano una persona con il cibo, ma la tolgono anche dalla brutta strada.

Non possiamo non fare un riferimento alla attuale politica contro l’immigrazione clandestina in Italia. Vorremmo avere un punto di vista ‘interno’ da lei, dato che ha vissuto tutto sulla propria pelle…

Dico che ci deve essere una collaborazione da entrambe le parti: io vedo lo Stato e il clandestino un po’ come un alveare, dove l’ape Regina è lo Stato e gli immigranti sono le api operai che collaborano.
Lo Stato, entro le proprie possibilità, deve cercare di insegnare all’immigrato la via d’integrazione. L’immigrato dal suo canto deve accettare le regole, accettare i lavori che gli vengono offerti, senza però che il datore di lavoro approfitti di lui, ma cercare di farlo sentire bene, a casa. Io, mio fratello e i nostri amici in quegli anni ’90, eravamo disposti a pulire i bagni pur di lavorare. Oggi però, purtroppo non è così!