Omicidio Careddu – L’ergastolo di Fodde e quel tentativo di ridimensionare l’orrore

Omicidio Careddu – L’ergastolo di Fodde e quel tentativo di ridimensionare l’orrore

Christian Fodde ha avuto la pena più alta nel primo grado di giudizio con rito abbreviato per l’omicidio del 18enne Manuel Careddu. Ergastolo al 20enne che, per l’accusa, è l’esecutore materiale dell’ormai tristemente noto ‘delitto del lago’.

Quello che viene prima (le condanne a 16 anni per i due minorenni) e quello che viene dopo (oltre al 20enne, sono condannati Riccardo Carta, a 30 anni, e Matteo Satta, a 16 anni e 8 mesi) è il bilancio di un quadro di responsabilità che agli inquirenti appare nitido, ancorato a un bagaglio granitico di intercettazioni che pesa come un macigno. Anzi, come una valanga.

A pochi giorni dalla sentenza emessa, e dopo le parole spese da don Ettore Cannavera – fondatore della comunità di recupero ‘La Collina’ – contro la condanna (“L’ergastolo gli distrugge la vita, perché Christian porterà sempre quella etichetta. Nella nostra costituzione la parola ergastolo non esiste: l’articolo 27 parla di pena rieducativa. Che possibilità si può dare infliggendo a un 20enne il carcere a vita? In carcere si diventa delinquenti strutturati. Occorre andare oltre l’emotività e tenere la lucidità“) arrivano le dichiarazioni della difesa di Fodde, rappresentata dall’avvocato Aurelio Schintu.

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Nello spettro dell’omicidio – compiuto con indiscussa efferatezza – si staglia il presunto movente del massacro: un debito contratto con la vittima per una partita di droga che il branco non avrebbe voluto saldare. Per eliminare ‘il problema’ si sarebbe arrivati a uccidere, per poi tornare alla spensierata routine tra social network, scuola e serate con gli amici.

La condotta di indifferenza del branco, forse nella convinzione di aver imposto la firma su un delitto perfetto che mai sarebbe stato scoperto (o forse per depistare), si è diluita in un mese di tranquille attività online e nei rispettivi mondi di appartenenza, dall’11 settembre 2018 (giorno del delitto) al 9 ottobre 2018 (giorno precedente all’arresto dei 5 giovani).

Tutti a casa dopo la mattanza, l’indomani, come se nulla fosse, a respirare la vita come se Manuel Careddu non fosse mai finito in quella trappola di sangue e morte che – secondo l’accusa – fu premeditata e aggravata, a vario titolo, dalla collaborazione di ognuno degli imputati.

Secondo l’avvocato di Christian Fodde, l’ergastolo non è giusto per il suo assistito:

Condannare all’ergastolo un ragazzo di 19 anni è sbagliato. È stata una risposta da parte dello Stato di medioevale memoria (…) le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Il delitto di Manuel è una cosa gravissima, ma il mio cliente, che ora esprime pentimento, tiene a precisare che all’origine dell’omicidio non ci sono i soldi. Christian era preoccupato per le minacce che Manuel faceva alla ragazzina, fidanzata di Fodde: più volte le aveva detto che se non gli avesse dato i soldi per una partita di droga li avrebbe chiesti alla madre e ai genitori di Fodde. Questo ha creato il timore di perdere la ragazza, cui Christian era legato indissolubilmente. Fodde era, inoltre, fuori dalle sue capacità perché aveva assunto ketamina qualche giorno prima durante un rave party e anche la mattina dell’11 settembre. Ora attendiamo le motivazioni per impugnare la sentenza e ricorrere in appello”.

Quindi il movente non è prettamente economico ma da ricercare ‘nell’amore’ provato dall’imputato per la minorenne del branco? Parole che scuotono le coscienze e rischiano di normalizzare la bestialità, pericolosamente e irreversibilmente.

Se lo scenario avanzato dal legale fosse confermato, inoltre, cosa cambierebbe? Sarebbe un’attenuante? La domanda sorge spontanea, soprattutto alla luce di una galassia di intercettazioni come quelle che hanno restituito l’istantanea di un massacro di simile entità.

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A rispondere è l’avvocato Gianfranco Piscitelli, legale del padre della vittima, che ha affidato al suo profilo Facebook un commento su quanto sostenuto da Schintu:

Giustificazioni che aggravano ancor più la posizione. Pubblichiamo gli atti? Diamo al pubblico le intercettazioni? Evidenziano i particolari macabri e la ferocia di questo giovane mostro nell’organizzare e mettere in atto un delitto tanto efferato? Raccontiamo a chi legge l’aria e l’atteggiamento di questo criminale durante udienze? Non è con queste tesi difensive che potrà essere modificata in appello la sentenza. Il pentimento non può essere preordinato e di comodo! Si pentisse in carcere, con i fatti, studiasse, lavorasse, pensasse davvero a ciò che ha fatto, si ricordasse la notte gli occhi di Manuel vivo, ferito e legato per terra che lo guardava negli occhi mentre con cattiveria ed inaudita ferocia lo colpiva con la pala distruggendogli il viso e sfondandogli il cranio!!! Lui ha una vita davanti e tutto può succedere, Manuel no!”.

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Foto in apertura: Manuel Careddu e Christian Fodde