Omicidio Luca Sacchi: quando la cronaca si fa a colpi di screenshot

Omicidio Luca Sacchi: quando la cronaca si fa a colpi di screenshot

No. Facebook non è un tribunale. Non è nemmeno un database da cui estrapolare informazioni buone a confezionare l’identikit ‘certificato’ di una persona, in barba al principio della corretta informazione e della deontologia professionale. Il caso Open insegna.

La testata online diretta da Enrico Mentana – nata sotto i migliori auspici in termini di novità editoriale e qualità dell’informazione – ha riservato un’ampia sezione di cronaca all’omicidio del 24enne Luca Sacchi, ma con dinamiche di penna discutibili almeno secondo due binari portanti. Il primo è quello del cosiddetto ‘ABC per Giovani Marmotte’, che imporrebbe un uso ponderato di condizionali e sintassi. Il secondo, ancora più importante, quello che imporrebbe un uso attento, razionale e responsabile della professione giornalistica.

Condizioni che un articolo del giornale online, in particolare, sembra aver completamente bypassato. Si tratta di un pezzo intitolato Ragazzo ucciso a Roma, chi era Luca Sacchi: il 24enne morto per difendere la ragazza, che è stato pubblicato il 24 ottobre 2019 a firma di una giovanissima praticante (selezionata tra migliaia di candidati a comporre una redazione di presunti talenti emergenti).

Di seguito, riportiamo il passaggio dell’articolo di Open – poi rimodulato nella forma, con correzione di refusi, e di firma (tradotta da ‘G.M’, autrice originaria, al più generico ‘Redazione’) – che è stato scintilla di infuocate critiche alla testata e a questo claudicante e pericoloso modo di fare giornalismo ‘sezionando’ una battuta su Facebook.

stralcio articolo Open
Stralcio dell’articolo ‘Ragazzo ucciso a Roma, chi era Luca Sacchi: il 24enne morto per difendere la ragazza’ – Fonte: https://www.open.online/, pubblicato il 24/10/2019

Il peggio che si possa ottenere, con un mix potenzialmente letale di forma e approccio errato alla professione, è sintetizzato nell’inciso della discordia, quando di Luca Sacchi si dice questo: “Era un giovane di idee sovraniste, come si vede chiaramente dai post sulla sua pagina Facebook“.

Di domande, fisiologiche e comprensibilmente ruvide, ne sorgono parecchie, almeno a leggere quelle poche e infantili righe di pretesa ‘messa a fuoco’ sull’identità della vittima. Come si fa a dar credito a un post (del 2016!) per tracciare un profilo personologico e/o ideologico di un 20enne morto ammazzato?

Soprattutto: cosa c’entra se Luca Sacchi aveva idee di destra o di sinistra? Qual è l’utilità informativa di questo ‘approfondimento’ ai fini della comprensione di un delitto? Che qualità e che strumenti si offrono al lettore, con questo fare da ‘ispettore della porta accanto’, per arrivare alla formazione di un libero pensiero?

Come può un giornalista, o aspirante tale, scrivere questo? Ma ancor prima, come può un direttore – le cui professionalità e maggior esperienza imporrebbero una più attenta e seria trattazione – ammettere una simile deformazione informativa? Eppure è tutto vero, perché oggi conta la caccia allo scoop, indipendentemente dalla posta che c’è in gioco.

È accaduto nel caso di Luca Sacchi e, secondo l’era del giornalismo ‘a misura di social’, succederà ancora. Perché oggi, oltre a osservare redazioni in cui si avvicendano le più spaventose aberrazioni professionali, interpretative, stilistiche e grammaticali, tutto ruota attorno a uno screenshot. Dimmi cos’hai scritto e ti dirò chi sei. Se questa è l’equazione di fondo, architettura su cui impiantare l’analisi di un fatto, allora vale lo stesso metro per chi firma prodotti simili. E il quadro che ne vien fuori non è certo dei migliori, in una galassia di intenti alla deriva dove anche la cronaca, persino quella più nera e complessa, si fa ‘sniffando’ la notizia tra le bacheche altrui.