Jorida Dervishi si racconta, dall’Albania al progetto “La mia storia è la tua storia”

Jorida Dervishi si racconta, dall’Albania al progetto “La mia storia è la tua storia”

“La mia storia è la tua storia”


Jorida Dervishi

Jorida Dervishi ci porta nel suo mondo, a spasso tra i racconti di chi ha toccato sogni, speranze e dolori dell’esperienza di migrante

Jorida Dervishi ci ha accolto nel suo mondo fatto di colori e curiosità, di un altrove sospeso tra il limbo della speranza e quello della discriminazione: ci ha portato dentro il cuore pulsante di chi ha vissuto l’esperienza di migrante e ha scelto di raccontare la sua storia.

Nata in Albania, a Coriza, classe 1991, si è laureata in Economia aziendale a Tirana ed è diventata tutor universitaria a Milano. Il suo libro, La mia storia è la tua storia, cristallizza racconti, prospettive e sentimenti di quanti si lasciano alle spalle la propria terra per cercare il domani oltre un triste orizzonte di dolore, o più semplicemente per mordere il presente senza paura.

Ma la paura, spesso, si annida proprio là, dove si spera di trovare la propria dimensione per vivere, crescere, a volte rinascere, e dove si finisce spesso per ferirsi contro un muro di indifferenza e intolleranza. Contro quello che, oggi come ieri, è il senso immotivato di un sentimento di dis-integrazione culturale e sociale che resta incrostato nella mente di tanti, pronto ad aggredire i cuori.

Il mio giorno speciale è il 5 ottobre del 2014, quando sono arrivata in aereo in Italia. Mi chiamo Jorida e sono nata a Coriza, un paese sito nel centro sud dell’Albania. A Coriza ho avuto un’infanzia felice. A 18 anni mi sono trasferita a Tirana e mi sono laureata. Sono stati anni difficili, ma mi muoveva la forte volontà di voler essere autonoma e di trovare la mia strada nel modo del lavoro. Terminati gli studi, ho iniziato a lavorare come manager in un’azienda di costruzioni. Quando sono partita avevo immaginato la mia vita in Italia come un proseguimento di quella in Albania, invece mi sbagliavo. In Italia ho dovuto iniziare tutto da capo, e soprattutto da sola. Vivere in un Paese diverso dal tuo è un’esperienza difficile da spiegare a parole“.

Jorida inizia così a raccontarci il suo percorso, e il momento in cui ha trovato il suo angolo di mondo a Milano:

Ho sentito che era il posto giusto per portare avanti le idee che avevo in testa. Volevo assolutamente fare e costruire un progetto che potesse aiutare non solo me, ma anche gli altri. Pensavo che la vera felicità non la si trovasse in cima al mondo, ma dentro le persone incontrate lungo la propria strada…“.

Jorida Dervishi ha insegnato in una scuola per migranti, nel capoluogo lombardo, e il suo progetto è stato presentato a Brooklyn, forte della collaborazione con Jackie Neale, artista statunitense con la quale ha lavorato sul tema dell’immigrazione.

Jorida, ci racconta un po’ le sue origini e il suo primo incontro con l’Italia?

Sono emozionata e felicissima, ma soprattutto mi fa sempre onore parlare delle mie radici. L’Albania offre luoghi storici e siti Unesco meravigliosi. Coriza, la mia città di nascita, è ricca di tradizioni. Il mio primo incontro con l’Italia è stato l’amore a prima vista. Sicuramente un Paese da scoprire, ammirare per la sua storia e l’eleganza. Avevo 19 anni quando visitai l’Italia, vestita da turista, una ragazza che aveva grandi prospettive. Sognavo di essere una delle protagoniste di questo Paese…

Come nasce, qual è la genesi del suo libro, La mia storia è la tua storia?

Il progetto “La mia storia è la tua storia” è una raccolta di testimonianze di tante persone che ho incontrato durante il mio percorso quinquennale come animatrice culturale. Penso che sia un progetto di cui ci sia molta necessità, sia per aiutare chi arriva in Italia a sentirsi meno “migrante”, sia per aiutare chi in Italia ci vive e ha bisogno di conoscere gli altri. Conoscere fa passare la paura“. Le storie formano variabili e ammirevoli composizioni, qui le schegge di vita di un certo numero di migranti (uomini, donne, ragazzi e ragazze) mostrano la verità delle loro condizioni: qualcuno prima di partire era un venditore ambulante o un soldato, un farmacista o un calzolaio, oppure un falegname, alcuni sono fuggiti dalla guerra e altri da luoghi in cui bande di criminali pretendono denaro sotto la minaccia di una fine atroce.

Il libro è uno strumento di cultura e di conoscenza. È un oggetto importante: non parla, ma dice tanto. Non a caso l’ho scelto per rappresentare il mio lavoro. Il libro è stato e sarà per sempre il mio compagno di questo viaggio. Ho sempre creduto in questo oggetto… adesso più che mai, perché lì dentro non c’è solo il mio sogno, ma anche i sogni di chi ci ha creduto e ha affidato a quelle pagine la sua storia di vita.

Qual è la storia che conserva nel cuore, tra tutti i racconti che ha raccolto in questi anni?

Tutte le storie sono uniche perché ognuna di loro trasmette un messaggio, un vissuto, un frammento di vita. La storia che conservo nel cuore è quella di Ben Fadel. Un uomo tunisino, un grande lavoratore che ha lasciato questa vita lavorando, lui ė morto dedicando al lavoro il suo ultimo respiro. Si è spento appena una settimana dopo avermi raccontato la sua storia, e mi sento onorata di averlo conosciuto. Adesso la sua famiglia ha una memoria scritta da leggere, conservare, rileggere. E non solo loro ma anche noi…

Jorida Dervishi e un estratto del suo libro “La mia storia è la tua storia”

Migranti e discriminazione: qual è il significato più profondo, letto con gli occhi di Jorida? Se potesse tornare indietro, c’è qualcosa che cambierebbe del suo percorso?

Partiamo dalla parola migrante. Per me questa parola ha un altro significato rispetto a come viene generalmente interpretata. Oggi non so se vale la pena chiedere ‘da dove vieni?’, ‘perché sei qui?’, eppure sono domande che spesso si fanno appena si vede una persona di colore, una donna che indossa un velo, o una persona che parla un’altra lingua. Sembra così assurdo, ma i migranti sono abituati alla parola discriminazione, sa perché? Perché hanno occhi e mentalità per guardare oltre… il viaggio non finisce mai…

Sicuramente dopo ogni decisione presa, dopo ogni percorso fatto, ti fermi per un attimo, giusto per riflettere su quello che hai passato, cosa hai cambiato nella tua vita. E lungo il cammino trovi tante cose da migliorare. Se potessi tornare indietro non cambierei nulla. Io farei lo stesso viaggio, con le stesse persone… Ci sono state delle difficoltà ma non per questo ci devono essere rimpianti.

Come immaginava l’Italia prima di partire?

Dal punto di vista di una turista, di una ragazza sognatrice con tanti progetti da svolgere, l’Italia era il Paese giusto in cui “approdare”. Una volta arrivata, ma questa volta per viverci, le cose non si sono rivelate proprio come le avevo immaginate. Tanti luoghi sconosciuti, una cultura nuova, una mentalità altrettanto nuova, una lingua nuova, un mercato grande dove io dovevo trovare il mio angolo di salvezza…

Jorida, cos’è il coraggio?

Fino a 22 anni pensavo che il coraggio è rischiare, accettare le sfide, la sensazione di non avere paura, di provare. Invece il significato di questa parola l’ho capito e compreso bene con il passare degli anni. Essere coraggiosi vuol dire alzarsi ogni giorno con la stessa volontà e il desiderio di continuare quello che hai iniziato, a prescindere dalle difficoltà che ci sono state e ci saranno.

Quali paure ha toccato con mano?

Ci sono stati dei giorni difficili, come per tutti credo. La paura più grande è stata quando ho capito che dovevo iniziare tutto da capo. È come se la mia vita fosse ripartita da zero. Dovevo trovare il mio posto in un’altra città. Ricordo che quando parlavo con i miei genitori dicevo che tutto andava bene, per non farli preoccupare, anche se dentro di me lo sapevo che non sarebbe stata facile.

Dove si vede tra 5 anni?

Sono una persona ambiziosa ma che piace costruire le cose piano piano, secondo un ordine. Ho tanti piani. Sicuramente continuerò con il percorso che ho intrapreso. Voglio unire tutte le voci di chi ha raccontato e racconterà la sua storia in un documentario e stiamo lavorando su questo. Sto collaborando con l’associazione “Per i diritti umani” e in futuro vorrei tanto che questo progetto diventasse una fondazione, un punto di riferimento per i migranti.

Perché scrivere le storie di chi si lascia alle spalle la propria terra?

Raccontare le storie di chi lascia la propria terra vuole dire raccontare le radici, vuole dire raccontare l’origine di queste vite, alla fine vuole dire raccontare la storia di tanti Paesi. Io penso che dietro la terra abbandonata o lasciata c’è sempre una motivazione, non è sempre scontato, non è sempre facile da scoprire, almeno ascoltiamola…

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